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Chimica

18 Ago

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Albert Hofmann, nato nel 1906 a Baden, si laureò in chimica nel 1929 presso l’Università di Zurigo.
Nello stesso anno entrò a far parte dei laboratori di ricerca chimica della Sandoz fino a divenire negli ultimi decenni il direttore della ricerca presso il Dipartimento dei prodotti naturali.
Nel 1971 ha cessato la sua attività lavorativa.

Pino Corrias (1955), giornalista de La Stampa, collaboratore di Linea d’Ombra.

 L’intervista (in forma ridotta) è stata pubblicata su Tuttolibri del 25 gennaio 1992, supplemento letterario de La Stampa che ringraziamo per la gentile concessione.

 Questa intervista con Albert Hofmann è nata in un pomeriggio del gennaio 1992 nella sua villa a Rittimatte, frazione di Burg, una cinquantina di chilometri da Basilea.
Quattro ore di chiacchiere, molte tazze di caffè, una passeggiata tra gli alberi a fine giornata, quando la nebbia ha già cancellato il verde dell’Alsazia.
Hofmann vive circondato dal silenzio, è cordiale, ma non si lascia andare subito, ci mette un po’ a imboccare la discesa.
È un chimico, sa che le cose vanno fatte poco alla volta.
I suoi ricordi sono precisi.
Quando parla di esperienze con le sostanze allucinogene, torna a immedesimarsi, come se ogni particolare, ogni sensazione, lo abbia scavato una volta per sempre.
Sugli altri ricordi divaga.
A volte si lascia conquistare dal silenzio.
Gioca con la gatta.
Allora chi gli sta di fronte ha il tempo di pensare a quello che è successo anche in Italia, molto indietro nel tempo, a certi concerti, certe feste nei parchi, nel bel mezzo di certi incontri.
Di ricordare come quell’onda procedeva, piena di chiacchiere, musica, scoperte, nomi di ragazze, nomi di amici, facce, storie, appartamenti, libri, strade.
Di come è stata sfiorata quella generazione che si è messa in viaggio pensando di essere la prima.
Di quello che è rimasto.
Di quanto tempo è passato.
La gatta salta, Hofmann tossisce.
Riprende a parlare.
Il suo inglese è indurito dal tedesco e camuffato dall’accento svizzero.
Capisce appena l’italiano.
Pronunciarne qualche parola lo rende visibilmente felice, ma l’effetto è del tutto incomprensibile.
Ci sono un mucchio di domande da fare.
Ci sono un mucchio di risposte da annotare.

Pino Corria

L’INTERVISTA

Burg (Basilea).

Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione.
Tre gocce, un sorso.
Si siede e aspetta.
Il sole entra nella stanza bianca del suo laboratorio di ricerche farmacologiche, secondo piano della Sandoz, Basilea.
Sono le due del pomeriggio di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di LSD della Storia.
Aspetta, e ancora non sa di avere appena socchiuso quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato «la porta della percezione».
Ancora non sa che quella soluzione incolore – dietilamide dell’acido lisergico ottenuta per caso, provata per curiosità – vent’anni dopo avrebbe fatto il giro dei mondi possibili, conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori europei, sognatori viaggianti.
Avrebbe creato ostinati cercatori di sé e grandi parole come Rivoluzione Psichedelica.
Avrebbe generato lampeggianti terrori, rivelazioni solitarie, decadenze floreali, paranoie, infelicità, amori, illuminazioni, nuovi sguardi sul mondo, nuovi mondi.
«No, non sapevo niente di tutto questo.
Non potevo immaginare.
Ero solo un giovane chimico seduto sulla propria sedia, nel proprio laboratorio, dentro al confortevole mondo delle formule, in attesa di qualcosa.» Oggi Albert Hofmann ha i capelli bianchi, voce rauca, accento spigoloso da svizzero tedesco, sorrisi improvvisi.

Ha appena compiuto 86 anni, ha provato ogni tipo di allucinogeno chimico, ha fumato l’oppio, ha masticato le piante magiche degli indiani d’America, i funghi sacri di Messico e Centroamerica.
Da vent’anni è in pensione.
Ha quattro figli, nove nipoti, una moglie.
Cerca ancora una sintesi di quello che ha vissuto.
E cercando, scrive, pensa, nuota, guida velocissimo, viaggia.
Hofmann abita (per dir così) in bilico su tre confini della vecchia Europa, in una villa solitaria tra le colline sopra Burg, cinquanta chilometri da Basilea, Svizzera, duecento metri dal confine con la Francia, quindici chilometri da quello con la Germania.
Dalle sue finestre vede l’Alsazia e i Vosgi.
Ma i suoi occhi azzurri guardano molto più in là, sono affacciati su quel pomeriggio del ’43.
«Bevo e aspetto.
Guardo fuori.
Sale piano qualcosa di strano, un soffio, una vibrazione.
Di colpo mi cambia il quadro ottico.
Vedo per la prima volta: gli oggetti hanno colori abbaglianti.
Sento per la prima volta: è come se ogni più piccolo rumore avesse trovato la strada segreta per arrivare fino a me, con precisione.

È a quel punto che succede.» Hofmann chiude gli occhi, rallenta il racconto, sceglie le parole.
«Improvvisamente ho paura.
Sento che mi sto staccando.
Si è creata una distanza tra me e il mio corpo.
La paura diventa terrore.
Mi alzo, ho una sola idea: voglio andare a casa.
Salgo sulla bicicletta e tutto quello che vedo intorno è diverso.
Ho la precisa sensazione di essere immobile.
Sto pedalando sempre più veloce, lo spazio intorno a me si allarga, mi inghiotte.
Non ho vie di scampo, non riesco a muovermi.
I rumori intorno diventano colori, lampi di blu, strisce di rosso.
Non so come, mi ritrovo a casa, da solo.
Sono seduto sulla poltrona, gli oggetti sono animati, si muovono, il mondo è completamente diverso eppure io penso: è così che deve essere.
Penso: sono pazzo, voglio tornare indietro.
Panico, panico.
Lontano da me, molto lontano, nel mondo delle cose, vedo comparire il mio assistente, poi mia moglie.
Sento parole, c’è un medico.
Sono nel mio letto.
Sento che dentro di me si sta fermando il cuore, si sta fermando il tempo.
Sto morendo e nessuno se ne accorge.
Il cuore è fermo.
Dico al medico che ha la faccia sfigurata: “Sto morendo”.
Ma lui mi sta misurando la pressione, mi ascolta il battito, dice: “È tutto perfetto, non si preoccupi”.
D’improvviso la paura rallenta.
Sono nel mio letto, non mi può succedere niente di terribile.
Ecco, piano piano, cado nel torpore.
I pensieri rallentano, smetto di reagire.
Il tempo ricomincia a fluire, è notte fonda, ho sonno.
Dormo benissimo e alla mattina, quando mi sveglio, provo una sensazione bellissima.
Intorno a me è tutto nuovo, tutto fresco, tutto piacevole.
Mi guardo intorno e ho la netta sensazione di essere in un mondo nuovo.» Gli occhi azzurri di Hofmann tornano a concentrarsi sul presente.

Fa impressione ascoltare il racconto di un trip – di un viaggio lisergico – da un piccolo vecchio in giacca, cravatta e ottime maniere che ora si alza, dice «Venga», attraversa il grande salone della villa, supera il pianoforte a coda, le vetrine con statuette azteche, la porta a vetri da cui si intravede l’azzurro della piscina coperta, il verde delle piante, e approda nel suo studio, due pareti di vetri, il resto libri.
Si siede, dice: «Nel mondo sono usciti duemila libri scientifici che riguardano l’LSD.
Qui ci sono tutti».
Giusto, tutti figli suoi, quegli studi.
Come pure metà del pop che si è suonato nel mondo per una dozzina d’anni è figlio della sua sostanza e una parte dei chilometri viaggiati da Jack Kerouac e Neal Cassady e l’inchiostro di Allen Ginsberg e i giochi di Ken Kesey e i racconti elettrici di Tom Wolfe e le incazzature di Abbie Hoffman e Jerry Rubin e i raid teatrali del Living di Julian Beck e le riflessioni antipsichiatriche di Ronald Laing e David Cooper.
È per quei suoi milligrammi di chimica che 10 milioni di ragazzi (solo negli USA, in due decenni) hanno provato ad “aprire le proprie coscienze” e a viaggiare dentro sé stessi.
A cosa stava lavorando quando scoprì l’acido? «Stavo cercando di sintetizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna.
Ci avevo provato nel 1938 e non ero arrivato a niente di buono.
Ho ripreso nel ’43 e come capita spesso in laboratorio, ho trovato quello che non mi aspettavo.» Ha ricostruito il momento in cui, diciamo così, si è realizzato lo scambio? «Non lo so, non lo so.
Ricordo solo che qualche giorno prima di ingerirla, mi erano cadute un paio di gocce della soluzione sulla mano.
Qui, vede? Sotto al pollice.
Ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una nebbiolina davanti agli occhi, un impercettibile mutamento dei colori.
Due giorni dopo ho ripensato a quello che mi era successo e ho deciso di provare.
» Che effetto le fa la storia della sua sostanza? «Uno strano effetto perché se ne è abusato con troppa leggerezza.
Gli allucinogeni sono sostanze da prendere molto sul serio.
Agiscono nel profondo, non le si può usare per animare la superficie liscia di un gioco.
In America e in Europa, l’LSD è stato usato spesso nel modo sbagliato.» Dopo il suo primo trip, Hofmann ha continuato con regolarità gli esperimenti.
«Mai da solo, sempre con persone amiche, sempre in posti confortevoli, sempre con almeno un mazzo di fiori vicino.
L’ambiente è molto importante perché ogni più piccola sensazione, disagio o benessere, viene immediatamente amplificata.
Ho sempre preferito i luoghi aperti a quelli chiusi, un prato, un bosco.
Quando non era possibile, allora il posto migliore rimane il salotto di casa.
Sempre con buona musica.» Lui ascolta Mozart.
Se gli si chiede dei Pink Floyd, dei Jefferson Airplaine, dei cento musicisti West Coast, lui alza le spalle e si capisce che non gli interessano molto.
Una volta ha conosciuto i Grateful Dead, gruppo lanciato durante gli Acid Test organizzati da Ken Kesey a San Francisco.
Sono arrivati da lui, sballatoni e allegri, per dirgli: «Thank you, thank you!».
Nient’altro.
E lei? «Beh li ho salutati.» È vero che dopo anni di oblio l’acido sta ritornando in auge? «Leggo sul New York Times che molti ragazzi lo stanno riscoprendo.» Nei Settanta si dicevano molte cose contraddittorie sui danni prodotti dall’LSD.
«Era cattiva informazione.
Con assoluta certezza l’acido non produce dipendenza, non distrugge cellule, non ha controindicazioni mediche.
L’unico problema è essere pronti a superare la prima volta.
Lo shock della rivelazione.
Ci sono stati casi di ragazzi che non sono più riusciti a tornare indietro con la testa.
» La Sandoz interruppe la produzione e la distribuzione dell’acido lisergico nel 1966.
Pochi anni dopo fu proibito in tutto il mondo.
Cosa successe negli anni delle prove in laboratorio? «Alla fine dei Quaranta iniziarono le sperimentazioni dell’LSD.
Veniva usato soprattutto in psicoanalisi, ma anche nelle terapie contro il dolore e di sostegno ai malati terminali.
Gli esperimenti li facevamo noi alla Sandoz, ma anche in Inghilterra, in Olanda, negli Stati Uniti.
Nei Cinquanta iniziarono anche gli esperimenti militari, dai quali io mi tenni alla larga.» È vero che la CIA si interessò all’LSD? «Da me vennero uomini del Pentagono, non della CIA.
Stavano sperimentando anche loro gli effetti dell’LSD e volevano sapere se era possibile produrne in grandi quantità.» Per farne cosa? «Armi chimiche.
Studiavano la possibilità di neutralizzare il nemico con l’acido lisergico.» E gli esperimenti fallirono? «Non riuscirono a risolvere il problema della quantità.
Per produrre LSD bisogna sempre partire dall’alcaloide della segale cornuta.
Non lo si può fare interamente in laboratorio, a meno di alzare a dismisura i costi di produzione.
Per questo, credo, fu abbandonato il progetto.» Non lo sa con certezza? «Ho cercato di occuparmene il meno possibile.» Perché fu proibito l’uso dell’LSD? «Perché secondo l’opinione corrente l’acido è una droga del tutto incompatibile con la vita, con la produzione, con gli orari, con i comportamenti standard.» Per esempio? «È molto difficile pensare che un tale, dopo aver preso l’acido, abbia voglia di andare al lavoro.
Questa almeno è l’opinione corrente.» E secondo lei? «In parte la condivido.
Resta il fatto che io ci convivo da mezzo secolo.» Come mai, secondo lei, le organizzazioni criminali non si sono mai occupate dell’acido? «Immagino perché non dà dipendenza, dunque non stabilizza il mercato.
Non ci si può fare molti acidi in tempi ravvicinati… » Perché? «Perché semplicemente smette di fare effetto, è molto semplice.
In tanti anni di sperimentazioni ho stabilito che deve passare almeno l’intervallo di una settimana tra un acido e l’altro.» Lei è favorevole alla legalizzazione delle droghe? «Mi sembra l’unica via d’uscita possibile.
È ovvio che il proibizionismo ha funzionato come forma diabolica di liberalizzazione.
In qualunque città del mondo si può trovare eroina, cocaina, crack.
Legalizzare le droghe pesanti consentirebbe, al contrario, un forte controllo sulle sostanze.
Taglierebbe il mercato gestito dalle grandi associazioni criminali che il proibizionismo ha reso imbattibili.» Perché c’è così ostilità verso la legalizzazione? «Lei parla dei governi?» Sì, dei governi.
«Si stupisce? Credo che esistano delle pressioni fortissime.
Sarebbe ingenuo pensare che la mafia non utilizzi il suo enorme potere, per garantire la sopravvivenza del proprio principale mercato.» Cosa le ha insegnato l’uso dell’acido lisergico? Hofmann tira fuori uno dei suoi sorrisi speciali.
Alle sue spalle ci sono, in vetro, le strutture molecolari dell’hashish, della psilocibina e dell’LSD.
Le indica: «Mi hanno permesso di vedere.
Mi hanno permesso di capire che fuori di noi c’è una serie infinita di mondi e che più allarghi il tuo sguardo, più vedi, anche se il vedere non è spiegabile.
Mi hanno permesso di capire che la forza che muove tutto è la stessa da cui io provengo e con la quale ogni tanto entro in contatto».
Cosa vuol dire “vedere”? «Le farò un esempio.
Sa come funziona la ricezione della televisione? Più è potente la sua antenna, più immagini arrivano al suo apparecchio, giusto?» Giusto.
«Bene.
Noi in situazioni normali vediamo parecchie cose del mondo esterno, che è fatto di materia e di energia.
Vediamo molto, ma non vediamo tutto.
Non voglio dire che con le sostanze come l’LSD si arriva a vedere la verità.
No.
Dico però che gli occhi, d’improvviso, vedono anche altro.
Dico che il nostro cervello registra nuove sensazioni, scopre nuovi legami tra le cose.» E dunque? «Dunque ci si accorge che il mondo che ci circonda è più ampio, più misterioso, infinitamente più complesso di quello che ci sembra normalmente.
L’universo è infinito, ma è l’uomo con il suo sguardo che lo restringe o lo allarga.
La differenza tra gli uomini è qui: ci sono approcci – idee, comportamenti – che restringono il campo visuale, altri che lo allargano.» Lei è religioso? «Bisogna intendersi sul significato della parola religione.
Come chimico le dirò che più si va a fondo, più si indaga nel piccolo e piccolissimo, più si ha la necessità di ammettere un principio spirituale.
Che cosa tiene insieme gli atomi? Che cosa li organizza? Se ammettere questo principio è religione, allora sì, sono religioso.» Per quasi mezzo secolo lei si è occupato di LSD.
Studi, esperimenti, conferenze, libri… «Ne è valsa la pena.» È soddisfatto? «Sì, tra le molte cose, mi ha permesso di conoscere persone straordinarie come Ernst Jünger, Aldous Huxley, Timothy Leary.
O come Allen Ginsberg.» Sono insieme in una foto in bianco e nero sopra la sua scrivania.
Ginsberg stropicciato dal vento, Hofmann invece perfetto, che guarda in macchina.
La data dice: Santa Cruz, 1974.
«Ci vediamo quasi ogni anno o in California o in Messico.
Abbiamo un sacco di storie da raccontarci.» Quando si è fatto l’ultimo acido? «Tre anni fa, in Messico, notte di luna piena, alta montagna.
Sensazione di estasi.
Di fratellanza.
Di essere una parte del mondo.
Molto piccola, però unica.»

Colombo

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Pubblicato da su 18 agosto 2013 in Info

 

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