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Psicopatologia dell'antiberlusconismo

12 Set

Quando dalla melma dei commenti in rete cominciano a affiorare le voci di persone “normali”, che tuttavia a causa dell’odio sembrano avere perso completamente il rapporto con la realtà, allora è il caso di cominciare a preoccuparsi.
E’ quello che sta accadendo di continuo da molto tempo, anche se la mancanza di episodi eclatanti di violenza politica portava i più a non accorgersene.

Si dice che gli anni di piombo non potranno mai tornare, perché l’ideologia che teneva uniti i terroristi degli anni ’70 non gode più di alcun credito, e nessuno ritiene più possibile l’avvento della rivoluzione. Come se la “caduta del tiranno” non potesse essere un collante ideologico sufficiente, e l’odio viscerale verso Berlusconi, visto come personificazione del male e polo di attrazione di tutto ciò che di ignobile vi è nella società, non potesse essere considerato come un’ideologia a se stante.
Proprio per questo, forse è il caso di abbandonare le spiegazioni semplicistiche e interessate, e cominciare a studiare il fenomeno dell’antiberlusconismo dal punto di vista della psicologia sociale, e cioè di quella scienza che studia i meccanismi mentali secondo i quali l’individuo interagisce con la società.

Come è noto agli studiosi, la psicologia procede perlopiù per via di euristiche, cioè di regole generali semplificative, che consentono di spiegare in modo coerente, e facilmente comprensibile, il modo con cui gli individui determinano il loro pensiero, e di conseguenza si rapportano tra di loro. In tale senso, è fondamentale la cosiddetta euristica dell’ancoraggio, secondo cui gli individui tendono a interpretare la realtà sulla base di paragoni con i punti fermi ai quali si ispirano, spesso ignorando i fattori di dissonanza che – secondo logica – dovrebbero invece fare pensare a spiegazioni diverse.
Nel contempo, e si tratta di un criterio di interpretazione decisivo anche per la psicologia della comunicazione, esiste anche la cosiddetta euristica della disponibilità, secondo la quale il pubblico tende a credere a ciò che lo asseconda sul piano emotivo, piuttosto che a ciò che appare più probabile nei fatti.

Su queste basi Leon Festinger, uno dei padri della psicologia sociale, nel 1957 ha elaborato la teoria della dissonanza cognitiva, secondo la quale gli uomini hanno l’esigenza strutturale di darsi una spiegazione del mondo il più possibile coerente con quello che già pensano, così come con quello che vogliono credere per ragioni emotive. Per questo motivo, essi tendono a accogliere in via preferenziale le spiegazioni più consonanti con le proprie idee di fondo e con le emozioni preesistenti, e tendono a minimizzare, se non proprio a ignorare, le informazioni che le contraddicono.
Secondo Festinger, quando i dati della realtà contraddicono in modo radicale la coerenza di idee e emozioni di determinati individui e gruppi sociali, si produce appunto una dissonanza, che può anche portare a veri e propri disturbi cognitivi, per cui i soggetti arrivano sinceramente a credere a fatti inesistenti o a spiegazioni assurde, pur di ristabilire la consonanza con le proprie idee di fondo, e evitare le emozioni sgradite.

L’antiberlusconismo, che oggi occupa tanta parte del dibattito politico italiano, sembra basarsi in buona parte su questi fenomeni di psicologia sociale. I mezzi di comunicazione hanno svolto e tuttora esercitano un ruolo decisivo nel determinarli, tanto che si è giustamente detto che in Italia ormai non sono più i partiti politici a orientare le opinioni dei giornali, bensì il contrario.

La teoria di fondo dell’antiberlusconismo poggia dunque su una narrazione mediatica piuttosto elementare: la politica italiana da più di quindici anni si troverebbe in una situazione di emergenza morale e di progressivo degrado, a causa dell’eccezionalità della “discesa in campo” di un imprenditore geniale e scaltro, il quale tuttavia sarebbe mosso esclusivamente da interessi egoistici, e da scopi sostanzialmente immorali e/o illegali.
In quest’ottica, Berlusconi sarebbe riuscito a coagulare attorno alla propria azione politica sia una élite dominante che sostanzialmente condivide i suoi obiettivi, sia un vasto elettorato che si è lasciato sedurre da tanta spregiudicatezza. Se la maggoranza degli elettori ha finora concesso più volte a Berlusconi di salire al governo, ciò non sarebbe avvenuto in quanto ne condividessero le idee e le proposte politiche, come in ogni normale sistema democratico.
Al contrario, il potere del satrapo di Arcore si baserebbe su un analogo deficit di moralità e di senso della giustizia sociale, caratteristico dei cittadini che gli danno fiducia, e nel contempo (ma questa è una spiegazione ormai recessiva, visto il suo scarso appeal elettorale) sulle scarse capacità intellettive di questi ultimi, che li avrebbe portati a lasciarsi sedurre dalle promesse dei mezzi di comunicazione abilmente gestiti dal “tiranno”.

In virtù di questa narrazione di fondo, la classica demarcazione amico/nemico, sulla base della quale nasce il confronto politico – come insegnava Carl Schmitt – in Italia ha assunto forti connotati etici.
Oggi, nel nostro Paese, l’odio ideologico non è più basato su una teoria generale relativa alla società e ai suoi bisogni (la rivoluzione imminente, la giustizia sociale, il sistema economico da riformare, ecc.). Piuttosto, siamo in presenza di una teoria di tipo etico, riguardante un solo individuo e i suoi sodali. Nell’ottica dell’antiberlusconismo, la società dovrebbe essere urgentemente liberata da una situazione di oppressione che è morale ancor prima che politica, e questa sarebbe la precondizione assoluta affinché tornino a affermarsi forme di convivenza civile moralmente accettabili.

A ben vedere, una situazione del genere si è già verificata più volte nella storia, a fronte dell’avvento di regimi dispotici. La teoria del tirannicidio ha radici antiche, che risalgono al mondo antico, e sono state accolte nel diritto comune medioevale. Nel secolo scorso questa tesi si è riproposta in maniera quasi ovvia, a fronte dei totalitarismi di stampo nazista e fascista, che erano effettivamente caratterizzati da una forte personalizzazione del potere politico.
Tuttavia, la relativa novità dell’antiberlusconismo consiste nel fatto che è impossibile fondare sull’esperienza della realtà l’idea per cui in Italia si sarebbe in presenza di un regime dispotico.
In primo luogo perchè, nei fatti, i partiti di Berlusconi e dei suoi alleati negli ultimi sedici anni hanno vinto e perso più volte le elezioni generali, a dimostrazione del fatto che in Italia finora ha sempre continuato a sussistere un quadro democratico, e la possibilità di un ricambio di governo. Anzi, da un punto di vista politologico, si potrebbe facilmente riscontrare che questa possibilità di ricambio si è determinata proprio quando la “discesa in campo” di Berlusconi ha dato vita al bipolarismo e alla seconda repubblica.

Ma soprattutto, è innegabile che in Italia le garanzie costituzionali, la libertà di stampa e persino una notevole frammentazione del potere politico sono sempre rimasti fatti incontestabili, per lo meno finché si continua a ragionare sulla base della realtà.
Per questo, l’antiberlusconismo inteso come rivolta morale ha potuto affermarsi solo grazie a una possente azione mediatica, che interessa in pieno la psicologia sociale e le sue euristiche.
In Italia, infatti, a differenza di quanto continua a avvenire nelle altre democrazie occidentali, il dibattito politico non si basa quasi più sul confronto – oppure sullo scontro – di diverse interpretazioni della realtà. I media più influenti, al contrario, cercano di orientare l’opinione pubblica sulla base di vere e proprie narrazioni fantastiche, che sostengono la grande narrazione di fondo dell’antiberlusconismo, e per tale scopo possono prescindere completamente dall’esperienza del reale.

Fenomeni del genere si sono parimenti già riscontrati molte volte in altri sistemi politici, e anche in Italia. Finora però si era sempre trattato di casi specifici di distorsione della realtà per via mediatica, che per quanto potessero essere frequenti e abituali – si pensi soltanto alle trasmissioni di Michele Santoro – erano sempre relativi a fatti e situazioni delimitate.
Possiamo citare ad esempio quanto avvenne al tempo del G8 di Genova, con l’uccisione di Carlo Giuliani. C’era una fotografia che rappresentava in modo icastico ciò che era effettivamente successo, e cioè una situazione di guerriglia urbana nella quale un rivoltoso, travisato in viso e dotato di armi improprie, è rimasto ucciso mentre stava prendendo parte a un deliberato assalto a una camionetta dei Carabinieri. Eppure, non solo in Italia, la narrazione di quel fatto che ha prevalso sui media di mezzo mondo ha completamente rovesciato la realtà fenomenica, trasformando l’assaltatore in una vittima inerme, e i militari nel braccio armato e brutale di un regime oppressivo.

Ma questo, per l’appunto, è solo un singolo esempio, relativo a una situazione specifica. Piuttosto, ora dobbiamo interrogarci su come oggi l’eccezionalità italiana si sia sviluppata al punto che l’euristica antiberlusconiana è diventata il criterio di fondo secondo il quale la grande stampa presenta tutta la politica nazionale. Quest’ultima infatti ormai è raccontata prescindendo completamente dalla realtà, e tenendo presente solo la narrazione di riferimento.

Un esempio emblematico di questo modo di procedere, e dei suoi metodi, può essere ritrovato nei cosiddetti “virgolettati di Repubblica”: è un’evenienza frequente, anzi ormai un classico del giornalismo politico italiano, che i quotidiani raccontino le novità della vita politica nazionale riportando una dietro l’altra le dichiarazioni di protagonisti e comprimari, e addirittura riproducano interi dialoghi sotto la forma del discorso diretto. E’ un modo di fare informazione che sta alla base di quello che lo stesso Berlusconi ha più volte definito il “teatrino della politica”, e cioè di quel balletto di dichiarazioni e controdichiarazioni che di per se stesse lascerebbero il tempo che trovano, ma che alla lunga finiscono per condizionare tutto il dibattito.

Tuttavia, nei cosiddetti “virgolettati” del quotidiano Repubblica, i suddetti dialoghi tra personaggi politici sono completamente inventati, e soprattutto – cosa che più conta dal punto di vista della psicologia sociale – sarebbero anche facilmente riconoscibili come tali, da qualunque persona dotata di facoltà critiche minimali.
Nessuno può seriamente pensare, infatti, che un giornalista possa avere assistito personalmente a conversazioni private tra Berlusconi e i suoi familiari, o tra lui e i ministri del suo governo, e nemmeno che possa avere raccolto indiscrezioni attendibili al riguardo.
Ciò nonostante, questi dialoghi spesso vengono riportati sul quotidiano romano tra virgolette, e con una dovizia di particolari di fantasia che serve a renderli più verosimili. Tutto questo sullo spregiudicato presupposto che un’eventuale smentita degli interessati finirebbe soltanto per dare ulteriore eco a quanto pubblicato.

Questo modo di procedere è reso possibile dall’euristica di cui sopra, in quanto il giornalista può contare su un pubblico che non si attende di apprendere notizie, quanto di sentirsi raccontare quelle narrazioni che, corrispondendo alla teoria generale dell’antiberlusconismo, lo possono rassicurare nel suo pregiudizio.
E’ con questo criterio che, ad esempio, mesi fa si è stato possibile tenere a lungo inchiodata la vita politica nazionale sul sospetto che Berlusconi potesse essere un pedofilo (le famose “dieci domande” di Repubblica), nonostante che i riferimenti fattuali su cui costruire una simile narrazione fossero completamente inesistenti. Tanto che, in realtà – a voler guardare solo i fatti nudi e crudi – il premier si era limitato a presenziare a una festa di compleanno.

Con procedimento analogo, di recente è apparso – sempre su Repubblica – un resoconto pieno di pathos su un preteso drammatico colloquio notturno tra Gianfranco Fini, la sua compagna e il di lei fratello, in ordine alla titolarità della famosa casa di Montecarlo. Anche qui, i discorsi diretti tra virgolette e i particolari di colore si sprecavano.
Ma ovviamente, così come nel primo caso non sussisteva alcun ancoramento fattuale che potesse far veramente ritenere che Berlusconi fosse il seduttore della giovane Noemi, nel secondo caso era impossibile che si trattasse del resoconto di un colloquio realmente avvenuto, a meno di credere che i giornalisti di Repubblica tengano abitualmente sotto controllo telefonico e ambientale le residenze private del Presidente della Camera. Oltretutto, nei fatti era a dir poco incredibile che quest’ultimo potesse aver chiesto chiarimenti al cognato sulla casa di Montecarlo solo nel corso della serata precedente, visto che la vicenda era iniziata più di due mesi prima.

Da un punto di vista di psicologia sociale, dunque, la finalità delle suddette narrazioni era esclusivamente quella di presentare al lettore un Berlusconi decadente e immorale, ovvero un Gianfranco Fini sorpreso nella sua buona fede, e vittima delle manovre della stampa “cattiva”. Tutto questo prescindendo completamente dalla realtà, grazie all’uso spregiudicato del procedimento euristico, secondo cui il lettore è emotivamente portato a credere non tanto a quel che appare verosimile, quanto a ciò che è in consonanza con i suoi criteri abituali di interpretazione della politica, e quindi con l’antiberlusconismo.

Sulla base di questo metodo, da qualche tempo si è pure verificato il fenomeno editoriale del Fatto Quotidiano, e cioè di un giornale che – a dispetto del suo nome – sta ottenendo un notevole successo di vendite proprio in quanto ha deciso di rinunciare completamente a riportare notizie, e di puntare tutto su narrazioni antiberlusconiane, ripetute ossessivamente tutti i giorni e lungo tutte le pagine.
In questo quotidiano, il noto criterio anglosassone dei “fatti separati dalle opinioni” è stato originalmente reinterpretato, nel senso che si prescinde completamente dai fatti, e si costruiscono le notizie a tavolino sulla base della consonanza emotiva che esse riescono a ingenerare nei lettori, sfruttando il loro pregiudizio antiberlusconiano.
A ben vedere, non si tratta soltanto di un pubblico abitualmente ideologizzato, come ad esempio può essere quello dei lettori del Manifesto, e nemmeno di persone limitate sul piano culturale, come in genere accade per i frequentatori dei tabloid scandalistici britannici.
Tra gli oltre 70 mila lettori che hanno determinato il successo di tiratura del Fatto Quotidiano, anche se non vi è di certo la nicchia di cittadini fortemente acculturati che costituisce il pubblico di riferimento di altri quotidiani, comunque si trovano perlopiù esponenti di quello che una volta si chiamava ceto medio: soggetti abbastanza ben inseriti nella società, che normalmente non si sarebbero mai detti intellettualmente disponibili verso il fanatismo e l’estremismo.

Proprio per questo motivo è importante analizzare la situazione da un punto di vista psicologico. Il metodo antiberlusconiano si è talmente radicato che, qualora sia proprio impossibile nascondere alla pubblica opinione notizie non coerenti con la sua euristica, si possono verificare nei lettori di riferimento di questi quotidiani veri e propri disturbi cognitivi.
Ne sono un esempio i commenti di numerosi frequentatori della rete, rispetto agli attentati che di recente hanno interessato sia lo stesso Berlusconi che il giornalista Maurizio Belpietro. In entrambi i casi, vari blogger e commentatori hanno immediatamente avanzato l’ipotesi che si potesse trattare di montature, di finti attentati organizzati ad arte dall’entourage di Berlusconi, se non proprio dai soliti servizi segreti deviati, che non a caso sono stati invocati anche dai finiani per stornare l’attenzione dalla campagna giornalistica avviata contro il loro leader per la casa di Montecarlo.

Ovviamente, in entrambi questi ultimi casi non c’è nessun motivo logico per ritenere che i fatti possano essere diversi da come appaiono, e anzi la fredda osservazione della realtà porterebbe facilmente a conclusioni opposte.
Anche qui, tuttavia, è entrata in gioco l’euristica dell’antiberlusconismo, e si è prodotto sui lettori dei predetti quotidiani il tipico effetto della dissonanza cognitiva di Festinger: poiché si tratta di soggetti che hanno effettuato un forte investimento emotivo sul proprio pregiudizio morale, secondo cui la demarcazione che intercorre tra il campo dei berlusconiani e quello degli antiberlusconiani è semplicemente quella tra il male e il bene, essi tendono ad accogliere – e addirittura a creare dal nulla – qualsiasi spiegazione che possa eliminare la dissonanza rispetto a questo schema.
In realtà i fatti, se accolti nella loro cruda materialità, avrebbero potuto indurre questi soggetti ad ammettere che anche nel campo degli antiberlusconiani esistono persone ottuse, violente e socialmente impresentabili. Dunque, per evitare questa conseguenza sgradita, essi hanno evocato dal nulla la tesi del complotto, che pur essendo priva di fondamento fattuale era idonea a ristabilire la consonanza ideale e emotiva tra le loro convinzioni di fondo.

Il procedimento della dissonanza cognitiva produce i suoi effetti anche in senso inverso, e cioè influenza in senso negativo la credibilità della stampa vicina al centro-destra: per tornare a un esempio di attualità, si può infatti rilevare che – al contrario di quello che era avvenuto con altre “inchieste” che prescindevano completamente dai fatti, come quelle relative alle amanti minorenni di Silvio Berlusconi – l’inchiesta giornalistica sulla casa di Montecarlo che sarebbe stata acquistata sotto prezzo dal cognato di Gianfranco Fini, da un punto di vista fattuale non ha mai sbagliato un colpo.
Tuttavia, le esigenze emotive del pubblico hanno reso possibile che la prima inchiesta venisse presentata dal coro dei media come una coraggiosa denuncia dello squallore morale del premier, e la seconda invece sia stata stigmatizzata come una montatura orchestrata dai “servi” del medesimo per screditare l’ex alleato.

Fenomeni di dissonanza cognitiva, del resto, si erano già prodotti ai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, con il fiorire in rete delle varie teorie complottiste. Lo stesso era avvenuto in Italia, all’inizio degli anni ’70, quando la stampa ha iniziato a presentare le nascenti Brigate Rosse come agenti della Cia, o comunque come fascisti prezzolati, onde non dover ammettere che dalle ideologie di sinistra stessero sorgendo comportamenti sociali radicalmente inaccettabili.

Difficile dire se il riproporsi di queste dinamiche, nel mondo dell’informazione e della politica italiana, potrà davvero portare a un ritorno degli anni di piombo.
Tuttavia, quello che a noi interessava era mettere in luce le dinamiche psicologiche dell’antiberlusconismo, e i disturbi cognitivi che esso induce anche su persone apparentemente “normali” e socialmente inserite.
Da qui infatti bisogna partire anche per un’analisi politica della situazione, in quanto l’uso spregiudicato che i giornali-partito stanno facendo delle suddette dinamiche, rischia di influenzare la vita politica italiana ancora per molti anni.

 

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Pubblicato da su 12 settembre 2013 in politica

 

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